Abbiamo un’ossessione sottile ma costante: la pretesa di dover essere “finiti”, completi, arrivati. Fin da piccoli ci spingono a pensare che la vita sia un’equazione da risolvere, una lista di caselle da spuntare o una scalata con una vetta ben definita da conquistare. Ci viene insegnato a cercare la stabilità a tutti i costi, come se a un certo punto ci si potesse finalmente sedere, tirare un sospiro di sollievo e dire: “Ecco, ora so chi sono, ora tutto è a posto”.
Ma la vita non funziona per punti d’arrivo; funziona per trasformazioni continue, per maree e stagioni che si alternano fuori e dentro di noi.
La verità è che siamo atti incompiuti in cammino. E l’incompiutezza non è un difetto di fabbrica, un’imperfezione da nascondere o un ritardo sulla tabella di marcia: è la condizione stessa che ci mantiene vivi, desiderosi, vulnerabili e aperti alle infinite possibilità del mondo. Essere incompiuti significa non avere ancora chiuso tutte le porte, mantenere uno spazio per l’inatteso, per la meraviglia di ciò che dobbiamo ancora diventare.
Nella mia professione mi trovo ogni giorno di fronte a persone che attraversano fasi di transizione, momenti di profonda incertezza o grandi cambiamenti. Persone che spesso arrivano da me portando con sé il peso schiacciante di sentirsi “indietro”, “sbagliate” o semplicemente smarrite perché la vita, all’improvviso, ha sparigliato le loro carte e ridefinito le coordinate del loro quotidiano.
Il mio lavoro non è fornire risposte confezionate, né spingere verso una meta prestabilita o imporre un ritmo che non appartiene a chi ho di fronte.
Significa offrire uno spazio sicuro e protetto in cui la fragilità non debba essere nascosta, giudicata o corretta a tutti i costi, ma possa finalmente essere accolta e ascoltata.
Rappresento soltanto un pezzo del loro cammino, un piccolo frammento di strada fatta insieme prima di vederli spiccare di nuovo il volo e proseguire oltre con le proprie forze.
Eppure, in quel tratto così delicato, denso di domande e a volte d’ombra, non essere soli fa tutta la differenza del mondo. Sentire che c’è qualcuno che cammina al tuo passo — senza giudicare la tua fatica, senza darti spintoni e senza metterti fretta — permette di fare pace con il momento presente e di ritrovare piano piano la fiducia nella propria direzione.
Per capire davvero cosa significhi “camminare” nel senso più puro, viscerale e autentico del termine, non devo andare lontano né cercare grandi trattati di filosofia: mi basta guardare chi condivide la vita con me ogni giorno. I miei cani me lo ricordano continuamente, con una semplicità disarmante e profonda: si cammina fino all’ultimo giorno.
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Valery, con i suoi 18 anni, porta addosso tutto il peso e la bellezza del tempo che è passato. I suoi movimenti sono più ponderati, misurati, la forza fisica non è più quella di una volta; eppure mantiene intatto un desiderio viscerale di esplorare il mondo, di annusare l’aria ad ogni passo, di essere pienamente presente.
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Zuma, a 10 anni, ha perso la vista. Ma la cecità le ha tolto soltanto gli occhi, non la direzione né l’entusiasmo di vivere. Continua a tirare in avanti, curiosa verso ogni dove, fiduciosa nel terreno che calpesta e nelle sensazioni che guidano i suoi passi.
Da loro imparo che quando la stanchezza o la difficoltà sopraggiungono, la risposta non è la resa né la frustrazione, ma stare. Si rallenta, si accorcia il passo, si impara l’arte dell’ascolto. Ci si adatta alle possibilità del corpo e al momento presente, ma senza fermarsi mai nel cuore. Insegnano che il limite non chiude la strada: ne cambia solo il panorama e la profondità.
Accettare di essere “incompiuti” non è una resa né una debolezza: è un profondo atto di libertà e di scoperta continua. Significa liberarsi finalmente dal peso soffocante delle aspettative altrui e concedersi il lusso di scoprire, di sbagliare, di riparare, di imparare e di muoversi lentamente, seguendo unicamente il proprio ritmo interiore.
Non serve correre verso un traguardo illusorio che si sposta ogni volta che ci avviciniamo. L’importante è continuare ad andare, mantenere viva la curiosità negli occhi e sapere che, quando la strada si fa in salita o la nebbia si fa fitta, c’è un valore inestimabile nel poter contare su qualcuno al nostro fianco.
Ed è una vera e propria preziosità avere accanto qualcuno che non ci trascini e non ci rincorra, ma che semplicemente cammini insieme a noi, un passo alla volta.
