È madre chi sa fare spazio

la maternità come atto di libertà

Sono nata madre a 26 anni. È stata una scelta, la mia.

Ma la vita, con la sua ironia potente e a tratti feroce, ha voluto subito ricordarmi che non abbiamo potere di scelta se non sul come rispondere a ciò che ci accade.

La mia prima risposta è stata un silenzio: una gravidanza interrotta alla prima ecografia.

La seconda è stata un respiro trattenuto per tre mesi, seguito dal tremore della terra sotto i piedi al quinto mese di gestazione. In quel momento ho capito che la vita è, simultaneamente, la cosa più forte e più fragile che esista. Il mio corpo si è fatto nido, il tempo si è dilatato per custodire quella vita tenace che ha resistito ed è venuta alla luce insieme alla mia nuova identità.

Da quel momento, niente è stato più lo stesso. Un figlio è un organo esterno: essenziale, vitale, ma su cui — esattamente come sugli organi interni e ogni cosa nella vita— non abbiamo alcun potere di controllo.

Mia figlia spesso mi dice: “Non sono i figli a chiedere di venire al mondo”. È una verità tagliente. Veniamo al mondo per una scelta altrui e spesso ne rimaniamo imbrigliati, crescendo su quella linea sottile tra credito e debito che segna il legame tra genitori e figli.

Io stessa ho dedicato gran parte della mia vita ai miei genitori, ammalatisi presto. Li ho accuditi perché sentivo che non potevano stare soli, ma anche perché, senza piena coscienza, mi chiedevano di rispondere alle loro aspettative. Io, che della famiglia sono sempre stata la “pecora nera”, quelle aspettative le ho spesso deluse.

Oggi so che quel tradimento era necessario. È fondamentale disilludere in amore per poter amare ed essere amati per ciò che si è davvero. La disillusione è il varco necessario in ogni legame autentico: rompe lo specchio delle nostre aspettative e lascia finalmente spazio alla realtà nuda dell’altro.

Abbiamo bisogno di conoscere diversi modi di amare per ampliare la nostra capacità di cura.

Mia figlia ha conosciuto altre madri oltre me; io stessa ho trovato altre figure materne che mi hanno preso per mano e ho accolto figli di altre madri.

Ho imparato che non è possibile rispondere perfettamente all’altro, nemmeno a un figlio.

Anzi, è fondamentale mancare. È proprio in quella mancanza, in quel vuoto che non colmiamo, che nasce nel figlio il desiderio di costruirsi una vita propria, al di fuori del perimetro dei genitori.

L’unico messaggio d’amore che non incatena è: “Ti ho dato la vita, usala! Non mi devi nulla. È tua.”

Essere madre, dunque, non è un dato biologico, ma una condizione dell’anima. È una capacità di cura che si estende a ogni figlio che incontriamo sulla strada.

È madre chi sa fare spazio.

Chi si fa concava e convessa senza reticenza.

Chi pulisce lacrime a suon di bacini.

È madre chi sa aprire varchi, costruire ponti, inventarsi percorsi.

Chi sa scalare montagne a mani nude, posare un cucciolo, poi scendere di corsa e risalire per portarne un altro.

È madre chi accoglie senza distinzione di colore, sesso e di religione. È madre chi porta in salvo.

È madre chi parla ai figli degli altri come fossero suoi.

Chi semina parole di coraggio e sostegno. Chi, ogni giorno, unisce e tesse fili di riconciliazione. Chi protegge tutti i cuccioli come se le appartenessero.

È madre chi aiuta le altre madri e le sorregge quando non ce la fanno.

È madre chi sa guardare oltre la disabilità, l’estraneità, il sangue che non le appartiene, chi fornisce seconde e terze possibilità.

Chi rende semplice ciò che è complesso, come l’amore gli uni per gli altri. Chi dà fiducia e non perde mai la speranza di riuscire laddove risiede l’impossibile. Chi intraprende viaggi lunghi per amare il figlio di un’altra. Chi intraprende viaggi dolorosi per riportare a casa un figlio.

È madre chi lascia la porta aperta anche se non viene oltrepassata da tempo.

Chi tiene una lucina accesa per far ritrovare la strada di casa. È madre chi, a volte, ha paura. Chi lascia spazio ad altre madri e non detiene il primato dell’amore. È madre chi ama i figli delle altre donne, si fa schiena a cui aggrapparsi e confine con cui definirsi.

Si è madri sempre, anche quando quel figlio non ci piace, si perde o non c’è più. È madre chi nella propria casa e in luoghi lontani si fa rifugio per ogni figlio del mondo.

È madre non solo chi è madre.

Essere madre è una condizione, uno stato e non ha a che fare solo con la nascita di un figlio, spesso, ha a che fare con la capacità di prendersi cura dei figli di tutti.

È madre chi protegge quel futuro, in ogni dove, in ogni istante, in ogni occasione.

E non può solo riguardare l’amore verso i propri figli. E non deve.

È madre chi spinge l’umanità.

Madre non si nasce, lo si diventa.
                                                              Poesia di Cinzia Pennati

Questo testo nasce da un dialogo profondo con la mia storia, fatta di nodi, di perdite e di rinascite.

A te che leggi dico: “Facciamo spazio insieme”.

Condividi:

OMBRETTA GIANGRANDE

Ricercatrice d’interni

Credo profondamente nel potere dell’ascolto autentico e nella magia che accade quando ci permettiamo di essere visti per chi siamo veramente. Nel mio spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio di riscoperta di sé, usando la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Perché sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

scopri e’ ora di te

Uno spazio sacro per ritrovarti e fiorire, in Via Cesare Pavese 5 a Crema.

Nello spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio interiore di riscoperta di sé, usando anche la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

LEGGI ANCHE :