Cambiare pelle, respiro, parole e il bisogno di fermarsi.

Trasformare il dolore in promessa di vita più intensa

Maggio porta sempre con sé il ricordo indelebile della morte dei miei genitori.

Quest’anno il mese è iniziato con un ulteriore dolore: il lutto che ha colpito una persona a me cara, che per anni ha avuto un ruolo fondamentale nella mia vita.

Poi Erica, 32 anni, e subito dopo la sua mamma.

Poi Daniel, 26 anni.

E ora Donatella, 46 anni.

Sembra un bollettino di guerra.

Cinque lutti. Un mese costellato dalla morte.

Tre di queste vite sono state spezzate in modo assurdo, spiazzante, veloce; di quelle che ti lasciano immobile, incapace di parlare e ti scuotono profondamente mentre, fuori, il mondo pretende che tu continui a vivere. Non ho mai vissuto una cosa simile in tutta la mia vita.

Donatella, in particolare, era la mia infanzia. Una di quelle persone che non frequenti più, ma che ritrovi ogni volta che pensi a te bambina, ai giochi nel quartiere, alle prime scoperte. Se n’è andata all’improvviso, tradita da quel cavallo che era la sua grandissima passione, sotto gli occhi di sua figlia.

C’è qualcosa di sacro nei legami dell’infanzia. Sono i primi in assoluto, quelli che si imprimono dentro di noi quando siamo ancora una tabula rasa, senza difese e senza filtri. Sono fatti di un materiale così puro che resiste a tutto: al tempo, alla distanza, ai silenzi. Persino quando la memoria inizia a fare brutti scherzi, sbiadendo i ricordi più recenti, quei primi volti di cortile rimangono. Sono l’ultima fortezza della nostra mente, le uniche radici aggrappate al terreno fino all’ultimo istante. Perdere uno di loro non significa solo perdere una persona, ma veder andar via un pezzo della bambina che sei stata.

Non ho mai avuto un brutto rapporto con la morte. Ritengo sia parte stessa della vita e ne riconosco la sacralità. Ma in questi giorni mi sono resa conto che questa mia pace vale solo per alcuni modi di morire, insomma, per la mia idea di morte. Con tutte le altre forme, ho qualche difficoltà anch’io.

Forse, attraverso questo dolore, ho capito un altro pezzo della motivazione che mi spinge a stare accanto alle fragilità altrui nella mia professione: ci sto per conoscere e stare con le mie, di fragilità. Dico sempre che il mio lavoro è una grande possibilità di scoperta e riscoperta, più di me stessa che dell’altro. L’altro probabilmente ne giova, ma è uno scambio continuo: lui giova a me e io a lui. Distinguere chi fa cosa, chi aiuta chi, è una linea sottilissima nella relazione d’aiuto.

Donatella, tra le sue ultime parole donate al mondo, ha parlato della formazione dei muscoli attraverso le micro lacerazioni. Ha scritto che ci si forma nella vita esattamente così. Ed è proprio vero: ci si forma e si cambia forma continuamente.

Dopo la morte di chi amiamo si continua a vivere perché il corpo è vivo, il cuore batte, il sangue scorre, gli organi funzionano. Ma si cambia pelle, si cambia respiro, si cambiano parole. Si impara a convivere con il dolore e a farlo diventare motore di vita, di bellezza, coraggio e leggerezza.

L’unico scenario che rimane il mio grande dilemma è il dolore genitoriale. Lì non si tratta solo di convivere con il vuoto: ci si deve fare amicizia. Diventa parte integrante del corpo, dell’anima, della vita quotidiana. Cosa farne, poi, diventa una possibilità individuale, un bivio straziante: c’è chi si piega e si fa inghiottire da quel male totalizzante, e chi invece ne fa uso, dandogli voce, gambe e trasformandolo in un motore per la vita altrui.

Scrivere è il mio unico modo di camminare dentro i pensieri e cercare un senso dove un senso non c’è. Mi permette di srotolare un gomitolo fitto di sensazioni e lentamente a portarle fuori. Non conosco altro modo.

Ho sempre accettato la mia mortalità, so che mia figlia è grande e che le persone che amo sanno tutto ciò che c’è da sapere. Ma la morte di persone così giovani, una dietro l’altra, mi toglie la terra da sotto i piedi. Di fronte a questo non resta che alzare le mani.

Tre vite spezzate nel mezzo del loro cammino mi stanno facendo traballare. Mi sento come quando giri forte su te stessa per tante volte e poi ti fermi all’improvviso: hai bisogno di tempo per recuperare l’equilibrio.

Viene spontaneo domandarsi quale sia il senso di tutto questo.

Ovviamente non esiste una risposta univoca; ognuno può e deve trovare la propria.

La morte altrui mi porta sempre più a domandarmi come voglio vivere mentre posso vivere, cosa voglio lasciare di me, come vorrei fosse il mio ultimo giorno, il mio ultimo saluto, il mio testamento.

Queste vite interrotte mi stanno dicendo che è fondamentale pensarci adesso, non domani. Non lasciare sospesi con nessuno e dire alle persone a cui voglio bene che gliene voglio. Questo per me.

Ma perché loro, che sono morti, hanno toccato la mia vita? La riflessione più immediata, a cui darò il tempo di sedimentare, è che l’unico modo per farli vivere ancora sia portarmi dentro un pezzo di loro.

Cosa voglio tenere con me, coltivare in me e portare nel mondo che apparteneva a loro?

Solo così le persone continuano a esistere: attraverso noi.

Di Erica tengo sicuramente la partecipazione attiva alla vita sociale, il suo essere testimone della vita educativa, il suo essere mamma; una donna che ho conosciuto per lo più attraverso le parole di una persona a me vicino che mi parlava di lei.

Di Daniel mi porto quel bambino con il drone sempre in mano, senza mai stancarsi. Mi porto dietro la dedizione, silenziosa ma profonda, il suo essere riservato, sempre con un sorriso accennato e mai fuori luogo. Mi porto il suo vivere tra le nuvole perché aveva il mal di terra.

Di Donatella faccio fatica a pensare di doverne portare fuori qualcosa, è il pensiero più doloroso da fare.

Ma non posso non pensare alla sua eleganza, al suo stile sempre così attento e curato: anche quando camminava scalza, era sempre a passo di danza. E poi quella risata, così contagiosa. Sorrideva sempre, per la parte di vita in cui ci siamo state. Per l’altra parte, mi porto ciò che lei stessa portava fuori, scegliendo accuratamente cosa e come dire al mondo ciò che desiderava attraverso i social. E custodirò sicuramente le sue ultime parole che, non a caso, la famiglia ha scelto per rappresentarla: la mia vera forza non è in ciò che sollevo, ma in ciò che ho superato.

Cieli blu a voi.

Questa assurda sequenza di dolori mi lascia una sola, profonda certezza: a questo giro ho bisogno di fermarmi. Quando tutto mi sembra assurdo e troppo grande per me, mi affido a lui: il mare.

Sto qui. Un attimo.

Ho bisogno di fermarmi a respirare, perché in questi giorni mi manca il fiato.

Però so che dopo essermi fermata, tornerò a vivere in modo ancora più pieno, intenso, con gli occhi al cielo.

Perché la vita non scherza.

È un attimo.

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OMBRETTA GIANGRANDE

Ricercatrice d’interni

Credo profondamente nel potere dell’ascolto autentico e nella magia che accade quando ci permettiamo di essere visti per chi siamo veramente. Nel mio spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio di riscoperta di sé, usando la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Perché sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

scopri e’ ora di te

Uno spazio sacro per ritrovarti e fiorire, in Via Cesare Pavese 5 a Crema.

Nello spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio interiore di riscoperta di sé, usando anche la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

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