Da quasi venticinque anni entro, ogni giorno, nella vita delle persone.
Il lavoro di cura non è solo una professione: è un modo di stare al mondo che spesso finisce per travalicare i confini della sfera privata.
Recentemente mi sono imbattuta in un post di @zerok_associazione dal titolo emblematico: “Anche chi cura ha qualcuno da cui tornare”. È una riflessione profonda, che ci ricorda come, mentre ci dedichiamo agli altri, la nostra vita continua a chiedere conto della nostra presenza.
Fermarsi non significa dover scegliere tra la cura e la propria esistenza, ma dare finalmente spazio e dignità a tutto ciò che siamo.
Per lunghissimo tempo ho portato sulle spalle il peso schiacciante della responsabilità. L’idea di staccare la spina mi sembrava un lusso concedibile solo previa un’organizzazione maniacale, accompagnata dal solito interrogativo ansioso: “Come faranno senza di me?”.
A casa come al lavoro.
A casa ero caregiver, prima di un genitore e poi dell’altro e fuori lavoravo nella relazione di cura.
Chi possiede un’attitudine naturale verso l’altro è facilmente portato ad eccedere. Esiste un confine sottile — e spesso invisibile — tra la cura effettiva e il sovraccarico, un limite che tendiamo a superare senza accorgercene. Mantenere quel confine, trovare la “giusta misura”, non è mai un punto d’arrivo, ma un lavoro perenne su se stessi.
Non si tratta di un percorso da compiere in solitudine. L’importante è rimanere consapevoli e continuare a riflettere con gli altri: è solo attraverso il confronto aperto, lo scambio sincero e la messa in discussione che possiamo svolgere al meglio ciò che facciamo, senza rischiare di smarrirci.
Questo vale tanto nella professione di aiuto quanto nella vita quotidiana. Quando ci prendiamo cura di qualcuno — che siano figli, genitori anziani o animali, pazienti o utenti — dobbiamo imparare a fermarci e a porci una domanda fondamentale: “Lo sto facendo davvero per l’altro o per me stesso?”.
Spesso dietro l’iper-presenza si nasconde il nostro bisogno di sentirci utili e insostituibili.
Qui sta il punto cruciale di chi si prende cura: la sensazione di sentirsi indispensabili. Un po’ per un sistema malato che richiede iper-presenza e sovraccarico di mansioni, un po’ perché le relazioni con i pazienti, i minori o le famiglie diventano profonde e solide.
Ma c’è una verità fondamentale che dobbiamo imparare ad accettare: non siamo indispensabili per nessuno. Tranne che per noi stessi.
Non siamo indispensabili neanche per le persone che amiamo di più, figuriamoci per gli altri. Può sembrare una consapevolezza dura, ma in realtà è una grande liberazione e ci costringe a riflettere sull’importanza del nostro mondo interiore: l’unico davvero indispensabile.
Cinque anni fa ho fermato totalmente il mio mondo lavorativo. Sentivo di non avere più niente da dare a nessuno, semplicemente perché mancavo io. Per anni mi ero presa cura degli altri, fuori e dentro.
Quando ho lasciato tutto e tutti, è successo quello di cui avevo più bisogno: il mondo è andato avanti lo stesso.
Le persone sono sopravvissute, hanno incontrato altre persone e altre possibilità.
Io, nel frattempo, dovevo ricostruire il mio mondo, quel luogo interiore che avevo sacrificato al ruolo di caregiver perenne.
Lentamente sono tornata: prima in me stessa, poi nel mio lavoro. L’essenza è rimasta la stessa — la cura della relazione — ma sono cambiate le modalità.
Le persone della mia vita, professionale e, soprattutto, privata, mi hanno accompagnata a riconoscere il limite, salvifico. E ne sono grata.
“Anche chi cura ha qualcuno da cui tornare” è una riflessione che tengo stretta.
È il promemoria costante che la cura non può mai prescindere dal ritrovare la strada verso noi stessi.
Oggi so che fermarmi per ricaricarmi non è un atto di egoismo, ma una necessità.
Le ferie e i momenti di pausa sono diventati spazi sacri: non è più tempo di correre, ma di esserci lentamente, con presenza e consapevolezza.
A modo mio.
Per gli altri, certo, ma senza mai dimenticare l’unica persona per cui sarò sempre davvero indispensabile: me stessa.
