Tornare a sé: un viaggio oltre la superficie
Tornare a sé è un invito, un punto fermo da cui partire e a cui aspirare. Un cerchio perfetto dove l’inizio e la fine si intrecciano fino a smarrire i propri confini.
“Tornare a sé” può sembrare scontato. Perché dovrei tornare a me? Dove sono?
Molti pensano: “Sono qui, questo è il mio corpo, la mia testa, il mio cuore”.
Eppure, spesso non ci siamo.
Non per mancanza di volontà o di desiderio, ma semplicemente perché non ci fermiamo mai. Non ci concediamo lo spazio necessario di tempo, ascolto e profondità, restando intrappolati in superficie o, più spesso, rivolti esclusivamente all’altro.
È una delle grandi illusioni della mente: credere che il nostro malessere dipenda dagli altri — il genitore, il partner, il figlio, il collega — e che tutto si risolverebbe se solo loro cambiassero comportamento.
Ma ci siamo mai fermati a riflettere sul perché siamo accanto a quelle specifiche persone? Perché permettiamo loro di agire in certi modi con noi? Sappiamo davvero che risonanza hanno i nostri gesti nella vita altrui, e quanto ci preme comprenderla?
Per me, fermarmi su quella soglia è un atto vitale. È il rispetto profondo per l’incontro, la consapevolezza che l’altro è la mia cassa di risonanza e io sono la sua. Questo specchio, nella vita privata diventa una scoperta continua, e in quella professionale si trasforma in un esercizio di gentilezza e presenza, un inchino davanti al limite e alla bellezza delle possibilità umane.
Siamo tutti in cammino, ma è fondamentale scegliere ottimi compagni di viaggio e munirsi dell’attrezzatura necessaria. Il cammino richiede cura. Non si scala una montagna in costume e ciabatte; servono scarponi che conoscano la terra e corde che sostengano il peso.
Partecipare a un retreat per tornare a sé significa esattamente questo: riempire lo zaino di strumenti preziosi e, allo stesso tempo, svuotarlo di tutto quel peso invisibile che ci incurva le spalle.
Condividere questa esperienza con un gruppo di donne — ascoltarsi, raccontarsi, ridere, piangere, restare in silenzio, abbracciarsi — crea una cassa di risonanza potentissima. È un ambiente in cui tutte le parti di me possono emergere e parlarsi. È un lavoro che non si può fare da soli o nella classica stanza col terapeuta: esiste solo nell’energia collettiva.
Il gruppo non si forma mai a caso: le dinamiche che si creano tra le persone presenti sono uno specchio, quel riflesso ti sta urlando chi sei o chi potresti finalmente essere.
Nel retreat che ho vissuto, ogni donna era immersa in un cammino profondo, aperta al confronto senza giudizio, senza veli, dove la verità si respira nell’aria. È lì che accade la magia: vedi chi arriva prevenuto uscire con uno sguardo e persino una pelle diversa; vedi chi pensava di dover risolvere un problema specifico ritrovarsi, invece, a guarire una ferita che credeva già chiusa; vedi nell’altra, nient’altro che una prospettiva diversa di te stessa.
Questo è stato il mio secondo retreat. Stesso luogo, stesso mese, gran parte delle stesse persone. Eppure, io non ero più la stessa.
Un punto accomuna tutte noi: il dolore.
Permettersi di attraversarlo significa spalancare la porta alla bellezza pura di chi siamo e della vita stessa.
Insieme abbiamo tracciato i confini della nostra dignità, abbiamo imparato la forza del “no” e abbiamo scelto quale voce dare alla nostra anima per abitare il mondo.
L’anno scorso ho camminato tra le ombre delle mie antenate con donne che credevo estranee e che si sono rivelate sorelle di sangue e di spirito.
Quest’anno l’energia è stata indescrivibile: ero tra sorelle d’anima e sorelle di cuore, mi sono sentita libera di sentire, esprimere, di essere.
Non c’è esperienza vitale migliore del sentirsi libera senza avere paura del giudizio, senza sentirsi condizionate, senza sentire quella voce interiore che ti dice “non farlo, non dirlo”.
Qui puoi essere tutto ciò che sei.
Esprimere a parole cosa sia un retreat del genere è impossibile: bisogna viverlo, attraversarlo. Tuttavia, come per ogni percorso terapeutico o di crescita, è fondamentale affidarsi a professionisti competenti. Il rischio, altrimenti, è alto.
Noi siamo esseri immensi e complessi: abbiamo un corpo fisico, psichico, emotivo, spirituale ed energetico.
Ho scelto un retreat guidato da persone che sanno incarnare questi aspetti: Marta e Monica.
Sento distintamente quando la teoria non è accompagnata dalla pratica, e oggi il mondo è pieno di chi insegna senza praticare. Io non ho bisogno di chi “fa”, io ho bisogno di chi “è”.
Loro sanno.
Loro sono ciò che portano nel mondo.
E tutte noi, insieme, siamo il GRUPPO.
https://www.instagram.com/oasi_yoga_crema/ per conoscere Monica
https://www.instagram.com/studiopsicologia_ma/ per conoscere Marta
