Il dolore ti trasforma

concedere spazio al dolore per la trasformazione vuol dire assumersi la responsabilità della propria vita per imparare ad amarsi.

Ascoltare una storia è un atto di profondo riconoscimento: è sempre ritrovare in essa frammenti della propria anima.

È affascinante l’illusione di crederci creature uniche e isolate, quando la verità è che siamo intrinsecamente un unico, vasto tessuto umano. Basterebbe un’occhiata autentica, oltre la maschera del pilota automatico che ci fa mormorare un distaccato “Va tutto bene”, mentre l’anima è in frantumi.

Il vero pericolo non è il dolore in sé, ma la sua latente frammentazione, quel processo subdolo che ci lascia in balia delle schegge, condannandoci a vivere una vita spezzettata.

In questi giorni, ho accolto il racconto di numerose relazioni affettive in frantumi.

Il mio ruolo è ascoltare, accogliere e camminare insieme, intraprendendo un percorso di trasformazione.

Con presenza, ascolto attivo, assenza di giudizio, semplicemente guidando riflessioni supportate dal processo creativo che permette la trasformazione di fardelli tanto pesanti, resto accanto al dolore.

Qualsiasi natura abbia.

 

Poi, nel silenzio del mio ritorno a casa, rifletto sulla via necessaria per metabolizzare quel dolore.

Avendo attraversato e vivendo tuttora un lutto profondo, so che ogni assenza ha una sua inconfondibile unicità.

Eppure, con assoluta certezza, posso affermare che la fine di una storia importante si avvicina alla morte di una persona cara, indipendentemente dal fatto che si sia lasciati o si lasci.

Al dolore va concessa la sua tribuna: il giusto spazio, la giusta voce e, soprattutto, il giusto tempo. Solo così potrà compiere il suo lavoro di traghettatore.

È un viaggio iniziatico, un lento spostarsi da ciò che eravamo verso ciò che attende di emergere, scandito da lunghe soste e tappe che esigono un’unica armatura: pazienza e amor proprio.

Personalmente, ho vissuto la simultaneità di lasciare ed essere lasciata. Era chiaro che l’amore non bastasse più a sostenere quel viaggio condiviso, eppure la mia mente continuava a desiderare un finale diverso.

Mi ci sono voluti anni per sciogliere quel pensiero e quel sentire.

In quel lungo processo, ho mantenuto saldi due pilastri:

il rispetto e la responsabilità.

È umano e naturale provare rabbia, ruminare e cercare un colpevole; fa parte della fase trasformativa.

Ma tutto questo deve avvenire nel rispetto inviolabile della libertà altrui. Siamo tutti liberi di scegliere con chi stare, e se qualcuno non ci desidera al suo fianco, quel confine va onorato.

Ignorarlo, invaderlo incessantemente, ha un nome preciso: violenza.

 

INCISO NECESSARIO perché tante volte la violenza viene associata solo a quella fisica, ma quella è solo la punta dell’iceberg. Esiste una violenza sottile, ma altrettanto grave.

Non lasciare che l’ex partner viva la propria vita dopo la fine di una relazione è una forma insidiosa di violenza coercitiva, mossa non dalla passione, ma dal bisogno di mantenere il controllo.

Si manifesta in azioni apparentemente innocue, ma ripetute: l’invasione continua della privacy (pedinamenti, messaggi incessanti), la svalutazione sistematica delle nuove scelte di vita, la manipolazione insinuando senso di colpa, utilizzando figli, animali, parenti o amici. Questi non sono il vero interesse, ma solo strumento di aggancio emotivo e psichico.

Questo comportamento trasforma il naturale dolore della separazione in una persecuzione mirata, negando all’altra persona il diritto fondamentale di definire il proprio spazio, la propria libertà e la propria nuova identità. È una negazione del confine e, come tale, un atto di profonda violenza, che paralizza la vittima nel suo percorso di rinascita e guarigione.

 

Cercare un contatto, un chiarimento e la possibilità di riappacificazione è naturale e umano all’inizio della fine, ma deve esserci un limite da non superare, soprattutto se vi è una richiesta verbale ben precisa.

Lasciare andare è un lungo e faticoso processo. All’inizio, io per prima ho tentato a lungo di mantenere un contatto, di forzare una possibilità di recupero. Quella insistente negazione da parte dell’altro mi ha lentamente ricondotto a me stessa, costringendomi a comprendere profondamente cosa desideravo e meritavo per il mio futuro.

Ma la cosa fondamentale è che quel desiderio di benessere non si è limitato a me: lo desideravo e lo desidero tutt’oggi per l’altra persona. L’amore, se è stato vero amore, non svanisce; rimane presente, anche nella fine della storia.

 

Ricordo le parole di mio suocero al tempo della mia separazione:

“Una noce nel sacco non fa rumore da sola”.

Ed è la verità essenziale: in una relazione, la responsabilità è sempre duplice, nell’inizio come nella fine.

Spesso, questa responsabilità viene negata, lasciandoci ancorati ad un’illusione, o peggio, in una vita rassegnata e infelice, convinti che l’altro sia il solo carnefice e noi le povere vittime.

In questi casi, chiedere e accettare un aiuto è un gesto di salvezza.

Il dolore, se affrontato con coraggio, diviene la più grande possibilità di rinascita.

Io sono infinitamente grata a quell’amore e a quella persona, che rimangono un frammento prezioso della mia storia.

Con grande amore ci si incontra, e con altrettanto amore ci si separa (si dovrebbe!).

 

La tua storia è la mia.

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OMBRETTA GIANGRANDE

Ricercatrice d’interni

Credo profondamente nel potere dell’ascolto autentico e nella magia che accade quando ci permettiamo di essere visti per chi siamo veramente. Nel mio spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio di riscoperta di sé, usando la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Perché sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

scopri e’ ora di te

Uno spazio sacro per ritrovarti e fiorire, in Via Cesare Pavese 5 a Crema.

Nello spazio “È ora di Te” a Crema, accompagno le persone in un viaggio interiore di riscoperta di sé, usando anche la creatività, la scrittura e l’arte come ponti verso il nostro mondo interiore. Sono convinta che ognuno di noi custodisca una chiave di bellezza – a volte serve solo qualcuno che ci aiuti a ricordare dove l’abbiamo riposta.

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