Stamattina la riflessione più grande è il tempo.
Il tempo che passa, inesorabile.
A lui non interessa niente se tu stai bene, stai male, se hai bisogno di più o meno tempo per rifare qualcosa, dire addio a qualcuno, anche solo un arrivederci, a vedere pezzi di te ovunque tranne in te, a guardare come siamo e non come eravamo, a festeggiare i diciotto anni di una figlia quando i tuoi diciotto erano solo ieri, a cambiare i vestiti nell’armadio o a toglierli per sempre.
No, lui imperterrito prosegue la sua corsa.
Una cosa è certa: è instancabilmente determinato.
A me la determinazione stanca.
Io cambio con il tempo o il tempo cambia me, ancora non mi è chiaro, ma mi stupisce come, invece, alcune cose di me che vorrei cambiare non cambino proprio mai, così scopro che in quel che non mi piace di me sono, in realtà, determinatissima. Ad esempio a perdere tempo.
Tanto sono veloce nella comprensione dei testi che ci spiegano il nostro funzionamento o disfunzionamento, psichico, emotivo, animico, tanto sono lenta, a volte proprio un bradipo, nei miei profondi processi di funzionamento o disfunzionamento.
Dipende sempre da quale prospettiva ci guardiamo.
Qualche giorno fa per la prima volta Valéry non mi ha sentita.
Quando scendo dalle scale, al risveglio, lei è sempre in fondo all’ ultimo gradino ad aspettarmi saltellando perché sa che è ora della pappa.
Scendo, non c’è.
Cammino, faccio rumore per farmi sentire, so che gli anni l’hanno resa sorda, ma niente. Non arriva.
Ho paura ad entrare in cucina.
Mi affaccio sulla porta.
È lì, sdraiata sul pavimento.
La prima cosa che guardo è se respira.
Respira.
Ma non si muove.
Mi avvicino lentamente.
Niente.
Le vado davanti al musino, apre gli occhi.
Ci mette un attimo a realizzare, ma poi inizia a saltare come quando è sotto alle scale.
Io sono sollevata, ma ho bisogno di tempo.
Il tempo che mi ricorda essere più al passato che al futuro, perché Valeria ha circa quindici/ sedici anni.
L’ abbiamo presa quando è morto mio papà per fare compagnia alla mamma e sì, sono già passati quattordici anni e ha fatto in tempo a morire anche la mia mamma.
Il tempo non fa sconti, ma ti fa i conti molto bene.
Guardo le foto delle amiche, delle persone che frequento e penso alla loro pelle, i loro capelli, che segnano il tempo e mi dico: “Cara Ombretta anche tu non hai più vent’anni!”.
Già.
Vent’anni li ha quasi mia figlia.
Mia figlia.
Quella che ieri era nelle foto con Valéry sdraiata per terra a giocare e oggi gioca a fare la patente.
Io non sono pronta a questo tempo che passa senza lasciarmi tempo.
E oggi il tempo , attraverso Valéry, me l’ha detto:
guardami bene e non perdermi.
Vivimi.
Custodiscimi.
Alla fine porteremo via da qui solo ciò che abbiamo vissuto, l’ amore dato e l’ amore ricevuto.
La morte e il tempo mi hanno portato amare verità e dolci presenze.
Guardo Valéry e penso alle parole che mi sono state ripetute a lungo, che ho perfino odiato perché non ne riconoscevo un senso, non capivo, non vedevo, non volevo:
Ogni inizio ha una fine e ogni fine un nuovo inizio.
Oggi ne riconosco una profonda sacralità.
Perché è così che deve andare.
Anche se fa male, anche se fa tremare, anche se fa paura.
Anche se.
Il ciclo della vita procede, con o senza di noi.
E quello che non riesco a fare io, fa la vita.
Ma questa mortalità mi sfinisce.
Ogni volta mi chiede di rinascere nuova a me stessa.
