A volte, basta davvero poco per ritornare a un momento del passato e riviverlo intensamente.
Che sia un luogo, una persona, un profumo, una canzone o persino un sapore, questi frammenti della nostra storia sono come mattoni che ci hanno costruito.
Tornare in un ricordo e abbracciarlo non è solo un atto mentale, ma un’esperienza che coinvolge ogni fibra del nostro essere.
È come aprire una porta su una stanza del tempo, dove emozioni, sensazioni e persino la nostra stessa identità sono rimasti custoditi.
Non è un semplice rievocare, ma un rivivere, un riconnettersi con frammenti di noi stessi che il tempo sembrava aver disperso.
Ogni volta che riemergono, è come un boato silenzioso che, per un istante, riaccende ciò che è stato, anche a distanza di anni.
Questo “boato” è la prova che le nostre esperienze non ci abbandonano mai del tutto; si sedimentano, diventano parte del nostro essere, contribuendo a formare i nostri strati di pelle.
Per un attimo, in quel sliding doors emotivo, riviviamo tutto quello che è stato lì in quel momento, ad anni di distanza, in un’istantanea vivida e commovente.
Quando quel dato ricordo segna un “prima” e un “dopo”, mi chiedo: “Come ho fatto?”.
Eppure, ci sono riuscita.
E ogni volta che mi trovo di fronte a quelle memorie, riesco a farlo di nuovo.
È un cambiamento profondo, che sento sulla mia pelle.
Una domanda che ci riconosce la forza interiore che si è manifestata.
Il riconoscimento di una resilienza che, nel momento della prova, sembrava impensabile.
Eppure ho fatto.
Eppure ogni volta faccio.
Un inno alla capacità umana di superare le sfide, di trasformare il dolore e la difficoltà in crescita.
Ed ogni volta è un cambio di pelle a fior di pelle.
Ogni volta che si affronta un evento doloroso o trasformativo, si emerge diversi, più consapevoli, con una configurazione interiore che si manifesta anche esteriormente, sulla pelle delle nostre emozioni e reazioni.
Quando passo per via della Commenda a Milano, non posso fare a meno di tornare con la mente a quei mesi di “cova”.
Un periodo di attesa, di gestazione, ma anche di profonda introspezione e vulnerabilità. Il mio corpo si era trasformato in una culla termica. Un immagine di dedizione assoluta e protezione.
La mia orizzontalità un simbolo di pausa forzata, ma opportunità per riflettere.
Mi chiedevo cosa volessi che mia figlia sentisse di quel periodo, che tipo di madre sarei diventata.
Mi sentivo a casa tra quelle mura d’ospedale, circondata da tante donne unite da un filo invisibile, e capivo sempre più la fragilità infinita dell’essere umano, fin dalle sue prime cellule.
Ho sperimentato quanto la connessione umana possa creare rifugio.
Un elogio alla precarietà e al tempo stesso alla miracolosa tenacia della vita nascente che si riflette sulla nostra stessa esistenza.
Ogni grammo di mia figlia oltre i 500 grammi era una vittoria, non solo per me, ma per ogni singola persona che mi stava accanto in quel momento.
Persone che, oggi, non fanno più parte della mia vita.
La consapevolezza che alcune presenze sono catalizzatrici di momenti preziosi, per poi perdersi lungo le strade della vita.
Persone con cui oggi non potrei far altro che condividere ricordi.
Sono persone di una me che non c’è più.
Abbraccio quel ricordo, quella paura, quella sorellanza, quella “cova” che oggi riconosco come parte di me.
Perché ogni momento difficile è, in realtà, la gestazione di una nuova, preziosa parte di noi stessi.
Le crisi, le sfide, non sono solo ostacoli, ma periodi di incubazione in cui si sviluppano nuove consapevolezze, nuove risorse e nuove identità.

Poi è nata lei, e io sono rinata.
Madre.
Ero madre già prima di esserlo.
E lei è arrivata per riportarmi qui, a me stessa.
Lo fa perfettamente, ieri come oggi.
Ieri con più delicatezza, oggi con più impeto.
Ma siamo noi.
Madre e figlia.
Abbracciami, crescerò.
Presente nel tuo ricordo.
Abbracciare un ricordo è darsi una possibilità.
La possibilità di scoprirsi, di guardarsi con un occhio al passato e i piedi ancorati nel presente.
