In un periodo della mia vita intriso di difficoltà, scoprii come il camminare fosse un inatteso alleato per ritrovarmi.
Giorni in cui mi svegliavo e non riuscivo a capacitarmi di quanto stesse accadendo, un malessere profondo mi avvolgeva, la confusione mi dominava. Ero completamente in balia delle mie emozioni. Una parte irrazionale, incontrollabile, spingeva con prepotenza dentro di me.
Era un’esperienza nuova, per me, abituata ad essere sempre così razionale ed equilibrata.
Mi sentivo lasciata, abbandonata, eppure, quella decisione l’avevo presa io; ero stata io a scegliere di interrompere quella relazione. Conoscevo la ragione profonda di quella scelta, non c’erano altre vie, altri tentativi. Non mi sono arresa facilmente, anzi, né prima né dopo. Ma una relazione, per arricchirsi, richiede la presenza piena di due persone, l’una a se stessa e l’una all’altra, con il desiderio di mettersi in gioco e di crescere insieme. Richiede l’assunzione di responsabilità come un onore, non come un peso, e la scelta della cura al di sopra dell’orgoglio. Altrimenti, si trasforma in una battaglia senza fine, dove l’unica vittoria è quella dell’orgoglio. E dove l’orgoglio trionfa, l’amore non potrà mai vincere, poiché l’amore ti spoglia, ti denuda, e ti mette di fronte a ciò che nemmeno sapevi di essere.
Molti affermano di volere un amore vero. In realtà, spesso, desiderano una versione dell’amore che non li turbi troppo, che non scuota la loro identità, che non li costringa a confrontarsi con le proprie vulnerabilità. Ma l’amore è l’esatto contrario.
Ed è proprio così che, mettendomi a nudo, ho iniziato a scoprire, passo dopo passo, innumerevoli parti di me stessa, anche le più amare, antipatiche, ambigue e complesse.
Ma quando ciò accade e l’altra persona non riconosce l’intensità e la profondità di ciò che sta succedendo, non è disposta a mettersi in discussione, le possibilità si riducono ad una sola: continuare a camminare soli.
E dal farlo metaforicamente, ho sentito l’irrefrenabile bisogno di farlo fisicamente. Nonostante sapessi di aver esaurito ogni altra possibilità, di aver fatto da sola tutto ciò che potevo, ero comunque a pezzi, dilaniata.
La realtà si stava palesando: quella storia non era ciò che avevo creduto.
La storia, sottolineo, perché sulla persona non ho nessun dubbio, nemmeno a distanza di anni.
Oggi come allora.
L’incontro era necessario a comprendere che si può camminare soli, che stare insieme è una scelta, una possibilità, per il piacere di condividersi e condividere questa vita.
Noi non potevamo esserci accanto. Volevamo dalla vita cose diverse, avevamo linguaggi di comunicazione differenti e interpretavamo lo stare insieme in modi spesso opposti e non è stato possibile trovare una modalità condivisa.
Io credevo (e continuo a credere) che l’amore trovi sempre una via. Una via che si deve percorrere in due.
Questa consapevolezza era immobile, ma io no. Mi aggrovigliavo in pensieri ed emozioni che mi facevano sentire persa.
Io, che considero la scelta il principio cardine della libertà umana, desideravo solo essere scelta.
Una scelta che non è mai arrivata.
Non sono stata scelta. Non ha desiderato tenermi accanto.
Con questa dura verità dovevo muovermi per non impazzire.
Così, uscivo ogni mattina, spesso con la mia cagnolina più piccola, la più grande richiedeva una forza e un’attenzione che non avevo. Mi piaceva vederla felice al mio fianco, libera di muoversi, annusare e tracciarmi la strada. Il movimento mi aiutava a far fluire pensieri ed emozioni; sentivo che lentamente qualcosa si modificava in me. Poi mi sedevo accanto a un canale d’acqua e semplicemente guardavo quel fluire. Restavo lì, per ore, finché non sentivo che il respiro si faceva più regolare, i pensieri leggermente più organizzati e le emozioni meno prepotenti. Potevo rialzarmi per tornare a casa ed affrontare la giornata.
E così ogni giorno, fino a quando non sentii più quel bisogno estremo di mettermi in movimento per calmarmi, ma semplicemente lo facevo per il piacere di farlo.
Mi sentivo persa, ma non lo ero. Era un luogo nuovo dentro di me. Stavo imparando a stare, a sentire, a comprendere il mondo con altri occhi. Ogni trasformazione porta con sé confusione, ma anche la possibilità di essere sempre più veri, più autentici, con meno maschere che spesso nemmeno sappiamo di indossare.
Sapevo di farcela da sola, la vita me lo aveva già mostrato, ma io amo condividere ciò che sono con le persone che amo, e credevo di poter condividere anche le notti buie attraverso l’amore. Ma non è stato così.
Questo mi ha insegnato a camminare, anche nel buio, e ad affidarmi alla vita che, senza dubbio, conosce ciò che a me è sconosciuto.
Così, oggi so che ogni volta che mi sento persa, sono alle soglie di piccole, nuove parti di me.
Le separazioni e i lutti di persone care sono momenti di estremo dolore, ma bisogna fare in modo che quel dolore non sia vano e farlo diventare l’origine di una profonda trasformazione per accogliere tanto la parte migliore di noi, quanto la peggiore. Nostra e altrui.
Siamo tutti uno.
Tutti in cammino.
Possiamo ritrovare pezzi di noi in ogni persona che incontriamo, ma possiamo camminare accanto solo a chi lo desidera.
Importante sì avere lo stesso passo, ma può capitare di essere un passo avanti o indietro in alcune occasioni però con la certezza che quella mano la troveremo lì, accanto a noi.
La vita trova sempre un modo quando è la nostra strada. Fidati.
Il tuo cammino dove ti ha portato ad oggi?
